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La casa rurale negli Iblei

In corsivo i nomi dialettali

Tra il finire del secolo XVIII e l’inizio del XIX, il paesaggio rurale ibleo subisce una lenta ma costante trasformazione che lo porta ad assumere l’aspetto che abbiamo conosciuto durante la prima metà del secolo XX. Questo grandioso riassetto fondiario nasce dal diffondersi dei contratti di enfiteusi, strumenti che permettono ad alcuni benestanti di appropriarsi, dapprima temporaneamente, ma alla fine per sempre, delle terre del Conte, e dalla particolare natura orografica e idrografica dell’altipiano ibleo. Ai nostri giorni stiamo assistendo alla rapida scomparsa di questo paesaggio soppiantato da altri modelli di sviluppo e di assetto territoriale.
Per ricordarlo a quanti, come noi, hanno vissuto in prima persona questi modi abitativi o a quanti, di nuova generazione, se li sono trovati davanti senza averne sperimentati gli aspetti vitali e funzionali, Abbiamo fissato nelle immagini alcuni aspetti che ci sono sembrati interessanti e rappresentativi.
L’elemento che ha connotato la trasformazione fondiaria settecentesca e ottocentesca delle campagne iblee è certamente la masseria. Un insieme di laboratori, abitazioni, stalle e magazzini formanti nuclei più o meno estesi, distribuiti capillarmente nelle campagne, al servizio di appezzamenti di terre non molto estesi, collegati da brevi trazzere carrabili che partendo dall’ingresso principale della masseria li collegavano a una delle strade principali che percorrevano a raggiera tutto il territorio.
Attorno a ciascun complesso si diramava la rete di muretti a secco che in minima parte segnava confini stabili tra una proprietà e l’altra e in massima parte ripartiva le terre in campi chiusi dalla toponomastica funzionale o fantasiosa, u cincu tummina, u vignali a guerra, u pustiriu, a ciusa i l’aria, a sterna a timpa, per le necessità delle rotazioni agrarie e del pascolo di bovini ed equini.
L’elemento caratterizzante di questi agglomerati abitativi era la corte, u bagghiu, antistante alle case di abitazione dei proprietari e dei fittavoli e alle stalle, delimitato da alte mura o da costruzioni, un vero e proprio fortino con un solo ingresso, spesso monumentale, sbarrato da un solido portone o da un pesante cancello di ferro. Ci si poteva serrare all’interno e impedire l’ingresso a estranei o animali nocivi. Per chi non si poteva permettere tale tipologia piuttosto dispendiosa, si ricorreva alla corte aperta delimitata da muri a secco e da un varco munito di chiusura. La necessità di rinchiudersi oltre che da motivi di sicurezza era dettata dal bisogno di tenere fermi i branchi di animali in attesa del ricovero nella stalla o della mungitura.
All’interno della corte era possibile tenere e allevare animali di piccola taglia al riparo di predatori e di ladruncoli, entrambi molto diffusi nelle campagne del periodo preindustriale. In un lato di questo spazio polifunzionale si disponeva una grossa lastra di pietra sopraelevata per consumare all’aperto i pasti mattutini e serali durante le belle stagioni, dalla tarda primavera al primo autunno.
Oltre all’abitazione del massaro vi erano locali attrezzati per la lavorazione del latte, u fruttu ra mannira, altri per la cernita dei raccolti, l’immagazzinamento dei foraggi e l’alloggio notturno o temporaneo degli animali, bovini ed equini.
All’esterno e un poco distante, ma alcune volte attaccato alle case, veniva realizzato un ovile, mannira, per la mungitura di pecore e capre che richiedeva l’ammasso e un apposito varco per farle sfilare a una a una. Lo stesso serviva per il ricovero del gregge durante la notte o in caso di tempo inclemente. Le mura di tale recinto erano alte per impedirne la scalata ai predatori: lupi fin quasi alla fine dell’ottocento, cani, donnole martore e volpi fino ai nostri giorni. Per aumentarne la sicurezza, prima della pietra traversa di coronamento, erano posti sporgenti orizzontali (i cosiddetti paralupi o paracani) che fermavano la scalata anche dei predatori più agili e intraprendenti.
L’interno delle case di abitazione dei fittavoli, a casa a'bbitari, oltre ai letti, a volte semplici giacigli, e al tavolo e qualche sedia per consumare i pasti, non prevedevano altro mobilio, spesso anche le sedie erano rare e si ricorreva all’uso di trespoli e semplici ceppi di legno alti quanto bastavano per sedervi sopra, i ccippa. Ai primi del ‘900 cominciarono ad apparire canterani, amouar, colonnette e cassepanche. Prima, per appendere e riporre stoviglie, abiti e suppellettili, si realizzavano armadi a muro, izzane, sporgenti di pietra, stacci, di legno, cavigghiuna o mensole su sporgenti di pietra, tuccene.
L’illuminazione era affidata al sole e per poche ore di sera o di mattino presto si usavano lucerne o lumi a petrolio. Poco diffuse le candele che erano considerate prerogative delle case dei ricchi, delle chiese o degli apparati funebri. Gli infissi, generalmente privi di vetri, erano muniti di uno o due sportellini che consentivano di arieggiare anche con la porta chiusa e permettevano di dare un’occhiata all’esterno a mo’ di spioncino.
I laboratori per la lavorazione del latte prevedevano un ampio focolare privo di cappa e di canna fumaria, una serie di attrezzature specializzate per la formazione e la lavorazione della cagliata e le pentole, caurari, per riscaldare l’acqua e preparare la ricotta. Diversi attrezzi per mescolare, mescere, attingere, filtrare, battere, tagliare erano realizzati in rame o spesso con legno e canna. In appositi locali ben isolati e distanziati era sistemata la vasca della salamoia e la rastrelliera per una prima stagionatura dei formaggi.
Il forno per la cottura del pane a volte faceva un tutt’uno con la cucina a legna, altre volte era posto lontano, in un apposito locale, per impedire che le fiamme e il calore potessero, se mal controllati, incendiare le case.
In queste abitazioni funzionali e specializzate molti della mia generazione sono nati e cresciuti, tra odori forti e versi di animali, richiami e grida di persone e un continuo affaccendarsi, dalle prime luci dell’alba fino al tramonto del sole. Il freddo in inverno era pungente e spesso a noi bambini si congelavano le dita delle mani e dei piedi, i bordi dei padiglioni auricolari e la punta del naso. Il malanno era curato con il siero caldo della ricotta o con pezze scaldate sui bracieri, ma erano solo palliativi e per la guarigione bisognava aspettare la primavera. Alla fine di Marzo i rigonfiamenti dolorosi del congelamento, i ruosuli, cominciavano a fare solo prurito e poi con grande sollievo, nel giro di due settimane scomparivano per ritornare, dopo otto mesi, con i primi freddi di Novembre e Dicembre.


Testo e immagini di Giovanni Bellina

Ecco alcune immagini con viste e particolari di case rurali iblee

Per saperne di più:
AA. VV. – La casa rurale nella Sicilia orientale – C.N.R. Firenze 1973
Antoci R. Cirnigliaro N. – Massari e massarie – Ragusa 1955
Barone Giuseppe – Città e campagne nell’area iblea – in ATTI convegno - Ragusa 1992
Cosentini Gaetano – Le case di villeggiatura nella campagna ragusana – Ragusa s. d.
Flaccavento Giorgio – Uomini campagne e chiese nelle due Raguse – Modica 1982
Pecora A. – Gli Iblei, in: La casa rurale nella Sicilia orientale – Firenze 1973
Pellegrino Luigi – Dalla masseria alla villa – Ragusa 2009
Sgarioto Carmela – La Toponomastica di Ragusa – Ragusa 1999
Sipione E. – Concessioni di terre ed enfiteusi nella Contea di Modica – Archivio storico siciliano 1977 vol.II

facciata casa rurale

 

Immagini

casa rurale uno

tipico agglomerato di case rurali iblee con campi chiusi da muretti a secco.

scala in pietra

scala in pietra per facilitare lo scavalco di un muro a secco

casa rurale due

casa a'bbitari

edicola votiva

edicola votiva